30 Set Vivere con l’allarme oncologico
Quando si riceve una diagnosi di tumore, si devono improvvisamente gestire pensieri ed emozioni mai sperimentati prima e che si accavallano in un turbine complesso. La paura, l’angoscia, lo sconcerto, ma anche inattesa solitudine, e qualche volta anche stigma. La persona è sottoposta ad una grande prova di reazione e non tutti riescono a mobilitare quei meccanismi psicologici di difesa che possono aiutare a contrastare l’angoscia e il pessimismo. I pensieri si allargano poi ai propri cari, a come, quando e se dirglielo accanto alla nostra sensazione di invulnerabilità e di eternità che improvvisamente sembra crollare. In seguito, con l’avvio delle cure, questa sensazione di improvviso allarme prenderà altre strade, e nel tempo, anche di fronte ai successi delle terapie e della bontà dei controlli, prenderà le sembianze di quello che gli psicologi chiamano un disturbo d’adattamento caratterizzato da un latente allarme e che spesso cronicizza nell’ansia e nella depressione. Anche dopo anni dalla diagnosi, semplici dolori, disturbi digestivi o articolari possono interferire pesantemente con l’umore, il sonno e provocare un’intensa reattività ansiosa e riaccendere l’allarme iniziale. La persona è come se esprimesse ormai un senso di sfiducia verso il proprio corpo, come se avesse perduto quel rapporto di fiducia con la propria continuità corporea, che aveva prima della diagnosi. Purtroppo tutto questo rivela la forza psicologicamente debilitante di una diagnosi oncologica e che il paziente è costretto a contrastare indipendentemente dagli esiti delle cure e per tutto il percorso terapeutico. Il paziente oncologico non è mai solo, ma ad essergli accanto è soprattutto il suo tumore “pensato”. Il percorso di supporto psicoterapeutico, che sempre più spesso i pazienti richiedono, non vede al centro della relazione un processo di rassicurazione che sappiamo fallirà nell’essere efficace anche a medio termine, bensì un percorso che aiuti a costruire una diversa percezione del Sé corporeo, e che preveda anche l’esperienza della frattura dell’integrità fisica, al fine di una coabitazione nuova in un corpo che dobbiamo perdonare per averci tradito.